La Patria Straniera

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“Mamma, mammaaaa… ma quanto manca a… La Calabria?”
Stiamo percorrendo un viadotto altissimo, mi sporgo dal finestrino dello Squalo, così si chiamava l’auto tornita e molleggiata, che avevamo
all’epoca. Siamo in quel tratto che… che ci viene sempre da vomitare.
Per questo una volta ho aperto il finestrino e le ho viste. E loro hanno visto me e hanno… sorriso.
E’ un posto col nome che fa un po’ paura, quella paura, che però ti attira, che sa di… sa di fiaba… Lago-Negro… che è una porta e
capisci che stai arrivando.
E’ che gli altri non lo sanno, ma sono loro, le vedette e sacerdotesse di quel mondo a sé, in cui c’è… La Calabria e sono lì per darmi il lasciapassare.

Perché la Calabria…è terra di divinità, anzi, di dei.
E quelli, è inutile negarlo, sono i nostri antenati nobili e ci si deve fare i conti.
Allora La Calabria… per me, per anni La Calabria è stato un posto ben preciso, nei pressi del Caput Vaticini (e ora non mi sembra un caso), tra Ricadi e Coccorino, un posto che inizia in fondo a una
discesa…ma non importa dove inizia, finisce in mare e il mare ce l’ha tutto intorno.
E ‘una specie di castello di sabbia, fatto da una mano gigante, che si spalma fino a quel punto dove il mare accarezza o frusta la terra.

Perché la Calabria… è terra di esilio, buffo… per chi va e per chi resta… perché se te ne vai, in altro luogo,
in ogni luogo ti senti esiliato, e se non te ne vai, ti senti in esilio in casa tua… che forse è anche peggio.
Vedo il mare, sempre laggiù, punto di arrivo di ogni discesa, ovunque tu sia, il mare, a volte di qua, a volte di là,
a volte perfino di qua e di là, tanti mari, mari diversi, ma tutti che ti parlano, tutto il giorno e la notte ti respirano dentro.
Lo sguardo, ovunque, ha l’orizzonte in quell’azzurro… terra gialla o grandi prati, uliveti, mare; stoppie,
lumachine bianche, mare, città nobili e vuote, città nuove e già fatiscenti e mare… e foglie lucide di agrumi e verde opaco dei fichi d’india,
e mare (ehi, ma sai che frutti deifichi d’india… tanti sono i loro colori, che … sono… l’arlecchino calabrese!) e capanni sulla spiaggia e mucche che scendono a fare il bagno, in mare.

Sto in acqua per ore e ore e sperimento tutti i tuffi dagli scogli di granito.
Vecchi pescatori, a volte, mi portano a pesca e una volta qualcuno anche a caccia, anche se non sparerei mai, ma sento che è un rito.
E anche lì, forti odori, che non ho sentito mai più. C’era una natura bellissima, prepotente e discreta.
E’ strano come cambiano le prospettive. E come rimangono uguali.
Vent’anni di esilio e pensavo che non sarei tornata mai più. Fu dopo che avevano tagliato i grandi ulivi della Piana, piante millenarie.
Ne avevo visto uno, di quelli tagliati: un cerchio dorato e tabacco di oltre un metro e mezzo, e ne avevo sentito l’odore, ricco e indescrivibile, del legno di ulivo, che continua a piangere olio per sempre.

Mille e mille anni di lacrime d’olio. La rabbia degli uomini si era scatenata, Dio aveva abbandonato la Calabria e gli dei della Grecia si erano abbandonati al loro gioco preferito.
Perché a leggere Eneide e Iliade, è chiaro, che gli dei giocano a Risiko, e le pedine siamo noi.
In realtà, in quei vent’anni, avevo sperimentato ed amato un’altra Calabria, quella della piana di Sibari.
Ma quella è terra di bizantini e barocco, terra di terra, dove la pianura si stempera discretamente nel mare e il mare non entra nella terra e dove gli dei pagani riposano nei libri di
scuola o nei reperti archeologici.

La mia Calabria, invece, inizia più a sud – ad ovest ma anche ad est – dove la terra e il mare si infruntano.
E’ un incontrarsi…come due amanti in preda alla passione, ma tenuti divisi e costretti ad un gioco di sguardi.
La terra qui ha uno strano rapporto con gli uomini.
Tante volte ha cercato di scrollarseli di dosso, con terremoti devastanti, ma così facendo, ha cancellato solo il meglio, lasciando
rottami e miseria, in tutti i sensi.
La ricostruzione è stata bieca: corrisponde a verità l’immagine, fino agli anni 90 (ma tutt’ora) della Calabria costellata di case vecchie-finite-da finire in una progressione
di cemento armato che tende verso il cielo, come mani che chiedano pietà, o facciano le corna… dipende da come ti senti tu. Beh… la Calabria era un ricordo un po’ dolente, un odore e un colore
riconosciuto ovunque. Un’idea, un mattone del mio linguaggio emotivo. Ma rimaneva lì. Quasi nel 2000 mi proposero di tornare…

Torno in Calabria che ho 29 anni e un bimbo di un anno e mezzo. Scendiamo con il treno notte, io, mio padre e mio figlio.
Sarei una donna fatta per la Calabria che conoscevo, ma nel mondo dove sono vissuta sono poco più che una ragazzina.
Avere con me mio figlio in qualche modo mi rassicura… posso sempre vedere con i suoi occhi… avevo la sua età le prime volte che sono scesa e lui mi garantisce che
avrò qualcuno a cui passare il testimone o, comunque, troverò un mondo nuovo da scoprire.

Siamo concentrati sul finestrino, perché il treno cammina sul mare e mi tengo anche lontana, se no il bimbo la vede quella sottilissima striscia di terra e invece voglio che gli resti l’emozione, sorretta dal mio riso
di gioia, trattenuto e ancor più lucente, allo stesso modo in cui sorreggo e trattengo tra le braccia le sue gambette sode e il suo pancino seminudo.
E’ una commozione calda, che ti invade tutto dentro quando… torni.
E ti prende un’ansia incomprimibile… di arrivare… (“mamma quanto manca?”) e allora, adesso che mamma sei tu, e bambina insieme, bisbigli parole magiche che verranno dimenticate ma
lasceranno il seme: “Vedi, in Calabria il mare è così magico, è così forte e bello, che anche il treno ci vuole correre sopra”.

MICHELA GATTI – MASSA

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