ARMIN WOLF

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ARMIN WOLF

ARMIN WOLF E LA GEOLOCALIZZAZIONE POSSIBILE DEL VIAGGIO DI ULISSE IN ITALIA, TRA SICILIA E CALABRIA.

INTRODUZIONE PARAFRASI E INTERPRETAZIONE DELL’ODISSEA ATTRAVERSO IL TESTO DI A. WOLF

Sulla ricostruzione del viaggio di Ulisse esistono più di settanta teorie, differenti l’una dall’altra, avanzate nei venticinque secoli che ci separano dagli avvenimenti. Si vuole che Ulisse sia stato in Italia, in Palestina, nella Spagna, in Crimea, a Tenerife, addirittura nel Polo Sud e nel Polo Nord. Evidentemente Ulisse non potè visitare tutti questi luoghi perché il suo viaggio, secondo Omero, durò non più di sessanta giorni; mentre gli otto anni di soggiorno vengono distribuiti nelle dodici tappe, che contrassegnarono la sua avventura. Prima il nostro ospite lo studioso Armin Wolf nel 1952 e di seguito appoggiando la sua tesi lo studioso Enzo Gatti,  nel suo libro “Odisseo” (Ed. Virgilio 1975), ricostruisce le tappe del viaggio di Ulisse, identificandone le località di approdo e ripartenza, fra le quali il Golfo di Squillace, dove sarebbe stata ubicata la Terra dei Feaci e da dove sarebbe ritornato verso Itaca secondo il più logico dei ragionamenti, ma ciò non basta.

Qual è la differenza tra le teorie del professore Wolf e le altre settanta ipotesi in circolazione?

Lasciamo da parte per il momento tutte le settanta teorie, anche quelle più antiche e legate a realtà locali, perché in gran parte si contraddicono a vicenda; dimentichiamo, in un primo tempo, tutte le nostre conoscenze geografiche e storiche perché gli scettici contestano che sia possibile un interpretazione geografica dell’Odissea.

Secondo gli accurati studi di Wolf e le scrupolose ricerce condotte con metodo scientifico è possibile tuttavia individuare tutti i dodici percorsi del viaggio di Ulisse sulla base dei dati direzionali forniti da Omero, traslandoli in 12 località geograficamente esistenti riscontrabili nel mar mediterraneo e confaceti ae descrizioni letterarie e alle indicazioni che ci lascia lo stesso scrittore. Il principio più importante, secondo lo studioso A.Wolf, per la ricostruzione di questo schema interpretativo, sono le direzioni dei venti che Omero indica quali direttrici del viaggio.

Per esempio il ponente nell’ultimo percorso dai Feaci ad Itaca; nel percorso undici da Calipso ai Feaci Ulisse aveva l’Orsa, che è detto anche Carro, alla sua sinistra quando attraversò il mare. Colui che lascia a sinistra la costellazione del Nord va da occidente verso oriente. Ed in questa maniera sono ricostruiti tutti i dodici percorsi seguendo dati reali in una geografia puramente letteraria, ma non di invenzione fantastica bensì reale e riscontrabile sul territorio. Le maggiori difficoltà nei tentativi di contestualizzare l’Odissea risiedono, soprattutto, nel fatto che Omero non fornisce per ogni singolo itinerario la sua lunghezza e direzione, perciò, nella sua ipotesi, Wolf verifica se i dati nautici forniti da Omero non siano già sufficienti per ricostruire i diversi percorsi del viaggio di Ulisse complessivamente, definendo cioè con sufficiente approssimazione e chiarezza, anche itinerari e i luoghi prima sconosciuti. Tale ricostruzione è dunque possibile, ma si impiegherebbe, troppo tempo in questa sede, se volessi mostrarvi tutti i singoli particolari del racconto sulla mappa geografica. Ponendo dunque che i punti cardinali forniti da Omero siano attendibili è certo, che tutti i tentativi per rappresentare nella sua interezza il viaggio di Ulisse devono tenere conto di questo schema di interpretazione e geolocalizzazione adottato dal Armin Wolf.

In un secondo luogo vengono confrontate realmente questo schema geografico letterario con i dati reali della natura del Mediterraneo, le correnti marine rappresentate dalle frecce sulla carta, le linee costiere, le isole, gli stretti e soprattutto le descrizioni accurate da (Diario di bordo) che costantemente accompagnano nel racconto l’eroe prima di raccontarne le vicende in un qualsiasi luogo egli stia esplorando; quasi proiettando lo schema tratto per tratto su una carta nautica. Se Omero nella sua opera ha avuto presente una realtà geografica, ogni volta si devono trovare nell’ambito determinato dallo schema, delle corrispondenze tra le sue descrizioni dei luoghi e la realtà naturale. Se non si verifica questa rispondenza, allora anche i dati nautici forniti dall’Odissea devono essere attribuiti al mondo delle favole. Comunque, verificando questo schema geometrico sulla carta nautica, Armin Wolf ottiene un itinerario reale, palpabile e percorribile, si ottiene così una teoria fondata sul viaggio di Ulisse così come viene descritto da Omero. Infatti questo itinerario – guida, che parte dalle rovine di Troia conduce a terre reali come: Tunisia e Malta, intorno alla Sicilia e infine, attraverso la Calabria, per ritornare dritti verso Itaca.

Primo percorso – Da Itaca a Capo Malea:
Riconosciamo subito sulla carta Troia, Itaca e Capo Malea i tre luoghi certi. Seguiamo da Capo Malea, il punto più meridionale della Grecia, le parole di Omero: (Odissea, IX, 80-84)

Secondo percorso – Da Capo Malea alla Terra dei Lotofagi:
Nel nostro schema abbiamo trovato per questo percorso una direzione Sud-Ovest. L’unica terra a cui essa conduce da Capo Malea è la costa nord africana lungo la Sirte. Questa direzione corrisponde con le correnti marine. Fin dall’antichità si è d’accordo che il paese dei Lotofagi menzionato da Omero, sia da localizzarsi nella Sirte, più precisamente nella piccola Sirte, nell’isola di Menis, oggi in arabo Djerba.

Terzo percorso – Dalla Terra dei Lotofagi all’Isola dei Ciclopi: Tuttavia Ulisse, subito dopo l’arrivo, aver consumato i pasti ed un breve giro d’esplorazione riparti da li e approdò, la notte seguente, su un’isola. Omero chiama quest’isola, descritta come piatta e selvosa, prospicente al paese dei Lotofagi, la terra dei Ciclopi. Ulisse dopo esservi giunto lascia incagliare la nave sulla sabbia. Un’isola piatta e selvosa, sabbiosa e posta dinanzi alla terraferma si trova effettivamente circa alla distanza di un mezzo giorno e una mezza notte da Gerba: l’isola di Kerkennah (Tunisia), che si trova vicino alla simile isola di Knais. Dall’isola piatta e selvosa, menzionata da Omero, Ulisse navigò alla volta della montagnosa terra dei Ciclopi per compiere un giro d’esplorazione. Omero la descrive come una società di pastori dediti all’allevamento di capre e percore. Ancora ai giorni nostri la ricchezza della Tunisia meridionale è fondata su un’economia pastorale. Mi sia concesso a questo punto contraddire una certa tradizione antica che localizza la terra dei Ciclopi in Sicilia, precisamente ad Acitrezza vicino Catania. Questa localizzazione è ben nota, ma essa è documentata non prirna di tre secoli dopo Omero, ed inoltre non è confermata, perché è impossibile costruire un itinerario che conduca ad Acitrezza tenendo presenti i dati nautici e geografici forniti da Omero. Riparleremo ancora della Sicilia, ma in quanto ai ciclopi omerici è sicuro che non erano siciliani. Dobbiamo cercare invece il loro paese nella Tunisia meridionale. I ciclopi, infatti, erano trogloditi ed ancora oggi i Berberi della regione di Matrnatah abitano in dimore sotterranee: queste grotte sono di notevoli dimensioni e sono state scavate dall’alto come giganteschi pozzi. Una galleria conduce al suolo di questo pozzo, che forma un cortile aperto dal quale partono alcune grotte coperte: queste servono come stalle, dispense, ecc. Qui si può ben immaginare ciò che Omero racconta sul Ciclope; (Odissea, LX, 216-236).

Quarto percorso – Dall’Isola dei Ciclopi all’isola di Eolo:
Dalla terra dei Ciclopi Ulisse giunse all’isola di Eolo, da cui potevano raggiungere la terra dei Padri, la Grecia, con il vento di Ovest. Se esaminiamo la carta nautica, troviamo in Malta un’isola che corrisponde ai dati forniti da Omero. Malta, infatti, vista dal mare sembra essere l’unica isola; possiamo escludere la Sicilia, che per la sua grandezza, non può certamente essere descritta come un’isola da chi le si avvicina, somigliando di più alla terraferma. Inoltre le correnti marine, spingono le navi dalla Sirte proprio in prossimità di Malta. Fin dal V secolo a.C., come ben sappiamo, l’isola di Eolo viene identificata con il gruppo delle isole Eolie; ma questa identificazione è errata, infatti è impossibile giungervi con il vento occidentale viaggiando verso la Grecia. Potrebbe procedersi ad un’identificazione con le isole di Pantelleria, Linosa e Lampedusa, ma diversamente da Malta, queste non corrispondono alla descrizione lasciataci da Omero: (Odissea, X, 1-4) La prima spiaggia protetta, che si offre a chi costeggia la costa meridionale di Malta in direzione Est, è il Mars Scirocco, la più grande rada dell’isola. Oggi vi si alzano i resti della fortezza di Birzebbuga a destra. Essi sono il monumento archeologico più importante di Malta del periodo di Ulisse e dì Omero (1400 fino all’800 a.C.).
Inoltre Malta conobbe un’elevata civilizzazione databile già al terzo millennio a.C. Omero indica come segno caratteristico dell’alta cultura dell’isola di Eolo le case famose, l’uso del flauto ed una ricca cucina. Tutto questo può coincidere con l’antica ed importante cultura maltese. Eolo offrì ad Ulisse, per il viaggio di ritorno verso la sua patria, un soffio di vento occidentale, grazie al quale Ulisse ed i suo compagni navigarono per nove giorni e nove notti: (Odissea, X, 19-26).

Quinto percorso – Dall’isola di Eolo alla Terra dei Lestrigòni:
Per il percorso seguente lo schema del viaggio indica una direzione Nord-Ovest. Ulisse dovette far remare i suoi uomini perché probabilmente le vele erano state danneggiate nella precedente tempesta. Una nave che provenendo da Malta per raggiungere la costa più vicina farebbe rotta sulla Sicilia; e, verrebbe spinta dalle correnti marine, sulla parte meridionale di essa, in direzione Nord-Ovest. Dunque, anche in questo caso, le condizioni dei luoghi del Mediterraneo corrispondono alla direzione Nord-Ovest indicata nei testo di Omero. Remando per sei giorni e sei notti dall’isola di Malta si può raggiungere la punta occidentale della Sicilia. Lì dobbiamo cercare una rocca erta. Appena Ulisse circumnavigò il Capo Lilibeo il suo sguardo dovette cadere sull’imponente rocca di Erice, che si leva scoscesa dalla pianura di Trapani e serve ancora come punto di riferimento per i naviganti. La rocca di Erice è frequentata da millenni; i più antichi resti archeologici risalgono alla tarda età del Bronzo e del Ferro, perciò e realmente possibile che Omero ne avesse conoscenza e la chiamasse “L’erta rocca di Lanno“. A questo punto è necessario verificare se nei suoi pressi si trova un porto come quello di Telèpilo. I porti di Marsala e Trapani, vennero fondali molto tempo dopo Omero, dunque si escludono. Ma tra Marsala e Trapani è ubicata Mozia con il suo porto artificiale, arcaico; oggi insabbiato. La conformazione del porto dì Mozia permette, gettando pietre dai due lati di tagliare le vie di fuga alle navi nemiche, così come fecero, secondo il racconto di Omero, i Lestrigòni. Possiamo, quindi, identificare la rocca di Erice con “l’erta rocca di Lamo” e Mozia con il porto di Telépilo menzionati nell’Odissea. I reperti archeologici rinvenuti. a Mozia, documentano la presenza dei Fenici fin dall’VIII secolo a.C.; ma anche prima è accertata una presenza di popolazioni indigene. Dunque, Omero, qui potè avere notizia di una popolazione ostile ai Greci.

Sesto percorso – Dalla Terra dei Lestrigòni all’Isola di Circe:
Per il percorso successivo si potrebbe ricostruire, dai dati omerici, una direzione Nord-Est. Questa direzione corrisponde anche qui alle correnti marine, che conducono realmente ad una piccola isola, Ustica a Nord di Palermo. E’ questa l’unica isola di cui si può dire, come fa Omero:

“[…] che intorno il mare infinito corona”.

(Odissea, X, 195)

Si esclude la tradizionale identificazione con il monte Circeo in Lazio, che è unita alla terraferma e si escludono anche le isole Egadi o Lipari, perchè appartengono ad un gruppo di isole. Da Ustica, così come narra Omero, si può raggiungere col vento del Nord, in un solo giorno, la costa. Tenendo conto di ciò, si può stabilire che in Ustica è stata trovato il solo luogo che può corrispondere ai dati nauticì forniti da Omero. Ulisse sbarcato durante la notte, non aveva potuto riconoscere l’isola in cui giunse. Stanchi dalle peripezie passate, Ulisse ed i suoi compagni riposarono per due giorni e due notti, al terzo giorno: Esiste ad Ustica una cima rocciosa da cui è possibile spaziare all’intorno,

“e mi apparve del fumo su dalla terra ampie strade,

in casa di Circe, tra i folti querceti e la macchia”

(Odissea, X, 149-150)

E’ del tutto superfluo raccontare l’incontro con Circe, però c’è un interessante particolare; Circe invitò Ulisse a trattenersi sull’isola e gli permise di riparare la sua nave in una grotta. A Ustica, una delle sue sei grotte, viene chiamata “Grotta delle barche” perché veramente viene utilizzata dai pescatori come riparo.

Settimo percorso – Dall’Isola di Circe alla Dimora di Tiresia:
Ulisse si trattenne presso Circe fino all’anno compiuto, il che, probabilmente, significa che vi passò l’inverno; poi colto dalla nostalgia, pregò Circe di ricondurlo in patria, e questa gli disse che occorreva prima seguire un diverso cammino e giungere per ricevere indicazioni circa la via da seguire.

Ottavo percorso – Dall’Isola di Circe a Imera:
Un percorso in questa direzione conduce in ogni caso da Ustica verso la costa settentrionale della Sicilia. Ulisse viaggiò tutto il giorno ed approdò dopo il tramonto del sole; la durata indicata serve a coprire la distanza tra Ustica e la Sicilia percorrendola con una barca a vela. Ma dove si trovano le case di Ade e Persefone? Seguiamo, anche in questo caso, le indicazioni fornite da Circe ad Ulisse: (Odissea X, 507,512). Come sappiamo la costa settentrionale della Sicilia generalmente è ripida; tra Palermo e Messina si trova un’unica riva piana abbastanza consistente, ad Est di Termini Imerese: Anche qui troviamo una roccia altissima, il Monte Calogero, e ci sono le foci di due fiumi, il fiume Torto e alle spalle il fiume Grande o Imera.(Odissea, X, 516-521) Questo luogo non e senza importanza, essendo sede del tempio dorico di Imera, attualmente in rovina. E’ vero che la colonia greca di Imera venne fondata nel VII secolo a.C., cioè circa un secolo dopo Omero, ma è pur sempre possibile che questo tempio dorico sia stato costruito su un precedente sacrario pre-ellenistico. In ogni caso sono noti in Sicilia, e non solo, il riutilizzo di antichi luoghi di culto da parte dei coloni greci. Nessuno, finora, ha localizzato la casa di Ade in Sicilia né ad Imera; questa nuova interpretazione risolve molti problemi. Omero chiama la regione delle case di Ade e Persefone, territorio dei Chimmerii (o Cimmerii); forse si tratta solo di una felice coincidenza, però le monete emesse dalla colonia greca di Iinera riportano la legenda Chimara. Secondo il racconto di Omero la sosta di Ulisse nel territorio dei Chimmerii fu breve Poco dopo il tramonto del sole, davanti al sacrario di Ade, Ulisse portò, con due compagni un’offerta, chiedendo al veggente Tiresia notizie sul cammino da percorrere e sulla lunghezza del viaggio di ritorno in Patria.

Nono percorso – Da Imera a Scilla e Cariddi:
Ritornato dal regno dei morti. Ulisse incontrò di nuovo Circe seguita dalle sue ancelle, che lo mise in guardia dall’ascoltare la voce delle Sirene,

“Poi quando lontano di là avranno spinto i compagni la nave, allora non posso più esattamente segnarti quale dev’esser la via: tu da solo col tuo cuore consigliati: io ti dirò le due rotte.

Di qua rupi altissime, a picco: battendole, immane strepita il flutto dell’azzurra Anfitrite; “Rupi erranti” gli déi betai le chiamano. […]

Mai scampò nave d’uomini che qui capitasse, ma tutto insieme, carcasse di navi e corpi d’uomini l’onde del mare e la furia d’un fuoco mortale travolgono”.

(Odissea, XII 55-68)

Identifichiamo questo pencolo con il vulcano Stromboli nel pieno dell’attività eruttiva, con la lava che arriva fino al mare.

“E poi i due Scogli: uno l’ampio cielo raggiunge con la cima puntuta: e l’avviluppa una nube livida […].
A metà dello scoglio c’è una buia spelonca […].
Là dentro Scilla vive […].

(Odissea, XII, 73-85)

Si tratta, dunque, della costa calabrese a sinistra dell’ingresso settentrionale dello Stretto di Messina.

Continua, ancora, Omero:

“L’altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, vicini uno all’altro, dall’uno potresti colpir l’altro di freccia.

Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie:
e sotto Cariddì gloriosa l’acqua livida assorbe”.

(Odissea, XII, 101-104)

Cioè la costa siciliana a destra. Ulisse decise di intraprendere questa seconda via, verso Sud. Partendo da Imera lo Stretto di Messina offre la più breve via marina per raggiungere la Grecia, nella durata indicata. Dunque, in questo caso, riteniamo che sia confermata l’antica tradizione, secondo la quale Omero parlando di Scilla e Cariddi si riferisca alla costa calabrese e siciliana dello Stretto di Messina. Ci sono, naturalmente, anche in questo teorie diverse, che identificano Scilla e Cariddi con lo Stretto di Gibilterra o con i Dardanelli.

Decimo percorso – Da Scilla e Cariddi all’Isola di Trinachia
Ulisse impartì l’ordine di intraprendere un nuovo percorso con direzione verso Sud.

“Piuttosto lungo lo scoglio roccioso di Scilla navigando veloce fa passare la nave […]

E all’isola Trinachia verrai: qui in numero grande vari pascolando le vacche del Sole e le floride greggi […]

(Odissea, XII, 108-128)

Il percorso sulla riva calabrese dello Stretto conduce in Sicilia, e precisamente al molo di Messina. Qui, appena giunto, Ulisse udì. il muggito delle vacche ed il belare delle pecore rinchiuse nei recinti; si era, dunque, verso il tramonto. Dopo aver fatto giurare ai compagni, che nessuno avrebbe toccato gli armenti sacri al dio Sole,

“[…] ancorammo nel pollo profondo la nave ben fatta, vicino a un’acqua dolce, e i compagni scesero dalla nave e prepararono con cura la cena”.

(Odissea, XII, 305-308)

Come mostra un’incisione di fine ‘800, il gigantesco naturale molo di Messina, costituisce un porto sinuoso ideale. Ulisse ed i suoi compagni, che venuti meno al giuramento fatto avevano per sei giorni banchettato con le vacche più belle del Sole, vennero trattenuti dalla forza contraria dei venti.

“Quando il settimo giorno mandò Zeus Cronide, il Noto fini di soffiare con raffiche, e noi sulla nave in fretta salendo, navigavamo pel mare infinito, piantato l’albero e issate le vele bianche; ma appena l’isola avevamo lasciata, e ormai nessun’altra delle terre appariva, ma solo cielo e mare […]”.

(Odissea, XII, 399-406)

Allora Zeus Cronide, fermò una nuvola sopra la concava nave, che venne risucchiata nella tempesta e trascinata per tutta la notte e al levarsi del sole Ulisse sì ritrovò di nuovo “allo Scoglio di Scilla e all’atroce Cariddi“.

Undicesimo percorso – Dall’Isola di Trinachia all’isola di Ogigia:
La nave trascinata per nove giorni, alla decima notte si avvicinò all’isola di Ogigia, dove abita Calipso. A Nord dello Stretto di Messina, l’unica isola in cui può essere trasportato un naufrago, è il gruppo delle isole Lipari. Determinare quale isola di questo gruppo sia l’isola Ogigia di Omero è difficile. Secondo Omero, l’isola si trova là dove si trova l’ombelico del mare; forse questo farebbe concludere che si tratti dell’isola principale del gruppo e cioè Lipari, o, a causa della forma del vulcano, Vulcano; ma forse Omero si riferisce con la sua descrizione della ricchezza delle piante a Panarea, anche qui si trovano insediamenti preistorici. Sull’isola di Calipso, Ulisse si costruì una zattera con cui riuscì a raggiungere la terra dei Feaci, che, finalmente, lo accompagnarono ad Itaca.

Dodicesimo percorso – Dall’isola di Ogigia alla Terra dei Feaci: Tutti i tentativi fatti fino ad oggi per ricostruire geograficamente il viaggio di Ulisse tenendo conto dei dati forniti da Omero, sono falliti, particolarmente per l’identificazione di questo luogo. La terra dei Feaci è stata localizzata, nelle diverse teorie in Palestina, Tunisia, Andalusia, Istria, Cirenaica, Malta, Creta, Corfù, Trapani, ed anche in Germania. Non si è riusciti a rispondere però all’interrogativo di come Ulisse dopo il primo passaggio da Scilla e Cariddi, fu respinto nuovamente oltre e, tuttavia, poté venire condono in Patria dai Feaci, senza attraversarlo una terza volta. Secondo Omero la terra dei Feaci, vista dalla Grecia, giace una volta davanti e una volta dietro Scilla e Cariddi. Questa “contraddizione” sembrava di difficile soluzione, perciò tutte le teorie ricostruttive erano costrette a modificare o la realtà geografica o il testo omerico. Ma né l’una né l’altra cosa metodologicamente concessa. Nonostante ciò, i dati apparentemente contraddittori forniti da Omero, possono costituire la chiave per determinare l’ubicazione della terra dei Feaci. Finora si è sempre supposto che il mare che sospinse Ulisse verso la terra dei Feaci fosse il medesimo attraverso il quale egli ritornò a casa. Ma questa supposizione, naturalmente la più attendibile, non è sostenuta da alcuna parola di Omero. Se, al contrario, poniamo insieme i due dati di Omero e cerchiamo un paese che in un mare giaccia contemporaneamente dietro e davanti allo Stretto verremo indotti a pensare alla Calabria, la cui costa occidentale giace sul Tirreno e l’orientale sullo Ionio. E’ proprio là sì giungerà, se con percorso verso Est, si proviene da Lipari e di là bisogna salpare per raggiungere Itaca, con percorso parimenti verso Est, come indica il testo omerico. Se questa sorprendente spiegazione è giusta nel corso del suo viaggio Ulisse deve, comunque, aver attraversato un tratto di terra. Questo fatto, mai osservato è in realtà ciò che dice Omero: nei pressi della terra dei Feaci l’onda e la tempesta infrangono la sua zattera e soltanto a nuoto Ulisse riesce a porsi in salvo raggiungendo la costa. Di là dovette recarsi a piedi prima marciò per un pendio, il giorno dopo portato su valli carrabili, con carri guidati da muli, verso la capitale dei Feaci ed ancora un altro giorno scese verso il porto e, quindi, finalmente una nave lo riportò in patria. Manifestamente Omero si riferisce a due coste differenti e legate tra loro da una certa distanza. Alcune interpretazioni tradizionali parlano dell’isola dei Feaci ma il testo greco non contiene la parola isola, al contrario è chiamata da Omero Scheria, che vuoi dire terraferma (continente o paese). Infatti dopo essere stato in numerose isole (Malta, Sicilia, Ustica, Lipari), Ulisse finalmente raggiunse in Calabria la terraferma. Questa spiegazione nuova, ma semplice nel contempo, risolve gran parte delle contraddizioni presenti nella interpretazione del testo. Si identifica così la felice terra dei Feaci del tempo di Omero, con la Magna Grecia dell’antichità e con la Calabria attuale. Non può che essere stata in Calabria la terra dei Feaci: la durata che il testo omerico indica permette il passaggio da una costa all’altra della Calabria solo sull’istmo più stretto e più basso. Questo istmo è quello di Catanzaro fra a Golfo di S. Eufemia e il Golfo di Squillace. Qui i due mari si avvicinano a meno di trenta chilometri, e qui si può facilmente superare la catena montuosa calabrese attraverso un comodo valico a soli 300 metri s.l.m., invece che a mille metri di altezza a Nord e a Sud di là. Il naufrago Ulisse venne dapprima gettato su una costa ripida di rocce e scogli, probabilmente la costa intorno al Capo Vaticano, volendoli evitare Ulisse cercò riparo sulle rive pianeggianti. Si salvò sulla foce di un fiume sulla cui riva crescevano canneti; perciò Omero si riferisce a una pianura, racchiusa da una ripida costa. Troviamo queste caratteristiche sulla costa occidentale dell’istmo, cioè nella piana di S. Eufemia, alle foci del fiume Amato. E sulla foce dell’Amato si trovano i menzionati canneti.

“Uscito dal fiume, l’eroe

fra i giunchi cadde bocconi, baciò la terra dono di biade;

ma disse affranto al suo cuore magnanimo:

“Ohimè, che succede? che altro mi capita?

se vegli qui presso il fiume la notte affannosa,

temo che insieme la mala brina e l’umida guazza

non mi finiscano il cuore, stremato dalla fatica:

un vento freddo spira dal fiume avanti l’aurora.

E se, il divo salendo, su per la selva buia,

tra i fitti cespugli mi distendo a dormire, e mi passano

freddo e stanchezza, e dolce viene a me il sonno,

temo di cader preda e cibo di fiere”.

Questa; però, pensando, gli pare la cosa migliore.

E mosse verso la selva; la trovò non lontano dall’acqua,

su una piccola altura; s’infilò sotto un doppio cespuglio,

cresciuto insieme da un ceppo d’olivo e oleastro”

(Odissea, V, 462-477)

Ulisse, dunque, trovò un tranquillo riparo dove venne vinto dal sonno e dalla spossatezza; finché non lo svegliarono le grida di Nausicaa e delle sue ancelle dai lavatoi sul fiume

“Ma tu sollecita il padre glorioso, avanti l’aurora;

a prepararti le mula e il carro, che ti trasporti

cinture e pepli e mantelli vivaci;

e anche per tè così è molto meglio, che andare

a piedi: son molto lontani dalla città i lavabi”.

(Odissea, VI, 36-40)

Se si risale l’Amato fino al pendio del monte, si arriva ai lavatoi tradizionali nelle vicinanze della stazione attuale di Marcellinara. Perciò qui, oppure sul ponte Calderaio, si deve immaginare la scena dell’incontro tra Ulisse e Nausicaa, figlia di Mete e Alcinoo il re dei Feaci.Purtroppo non ho più visto lavandaie sull’Amato, i veri lavatoi di Nausicaa; ma si vedono ancora sul Corace lavandaie calabresi che stendono le vesti sul lido di ghiaia, così come Omero scrive delle ancelle di Nausicaa.Ulisse dopo essersi lavato dalla salsedine, pregò Nausicaa di dargli delle vestì; quindi venne rifocillato e condotto alla città dei Feaci, attraverso un percorso espressamente lungo.Secondo il racconto di Omero, raggiunsero la città poco dopo il tramonto e l’ospite venne accolto amichevolmente da Mete e Alcinoo. La capitale dei Feaci deve trovarsi sullo spartiacque dell’istmo, perché Nausicaa disse ad Ulisse:

“Ma come in vista della città arriveremo – un muro la cinge,

alto, e da un lato e dall’altro sono due porti, ma stretta è l’entrata […]”.

(Odiessea, VI, 263-265)

Dalle parole di Nausicaa, si presume, che il suo Paese sta tra due mari, uno situato ad Est e uno a Ovest; l’accesso terrestre, invece, è difficile. La terra dei Feaci si caratterizza come l’ultima parte del continente, ed infatti la Calabria è la punta della penisola italiana e prima della costruzione delle vie costiere – appena un centinaio di anni fa – l’accesso attraverso le aree interne era estremamente difficoltoso.

Per tutte queste ragioni ubichiamo la terra dei Feaci e la sua capitale nell’istmo di Catanzaro, in un punto dominante come Squillace, situata sulla via antica, o a Tiriolo perché da qui è possibile vedere nel miglior modo possibile i due mari:

“[…]ammirò i due golfi e le navi”

cioè il Golfo di S. Eufemia e il Golfo di Squillace. Omero descrive la ricchezza e la prosperità raggiunta dai Feaci, quasi un novello “paradiso terrestre”:

“[…] Ma Odisseo andava al palazzo stupendo d’Alcinoo, e molto in cuore

esitava, là fermo, senza passare la soglia di bronzo.

Come splendore di sole c’era, o di luna

nell’alta casa del magnanimo Alcinoo.

Muri di bronzo di qua e di là s’allungavano

dalla soglia all’interno; e intorno un fregio di smalto.

Porte d’oro la solida casa dentro chiudevano,

d’argento s’alzavano su bronzea soglia gli stipiti;

e l’architrave di sopra era d’argento, d’oro l’anello:

d’oro e d’argento ai due lati eran cani,

che Efesto fece con arte sapiente,

per custodire la casa del magnanimo Alcinoo;

per sempre immortali erano e senza vecchiezza.

Lungo il muro si appoggiavano i troni, di qua e di là,

in due file, dalla soglia all’interno; e pepli sopra

sottili, ben tessuti, eran gettati, lavori di donne.

Là dei Feaci sedevano i principi,

a bere e mangiare: in abbondanza ne avevano.

Fanciulli d’oro sopra solidi piedistalli

si tenevano dritti, reggendo in mano fiaccole accese,

illuminando le notti ai banchettanti in palazzo.

Cinquanta ancelle erano in casa d’AIcinoo:

alcune con mole moliscono giallo frumento,

altre tessono tele e girano i fusi,

simili a foglie d’altissimi pioppi:

dalle tele in lavoro goccia limpido l’olio.

Quanto i Feàci sono sapienti sugli uomini tutti

a reggere l’agile nave sul mare altrettanto le donne

son tessitrici di tele; a loro Atena donò in grado massimo

di far opere belle e d’aver savia mente

Fuori, poi, dal cortile, era un grande orto, presso le porte,

di quattro iugeri corre tutt’intorno una siepe.

Alti alberi là dentro, in pieno rigoglio,

peri e granati e meli dai frutti lucenti,

e fichi dolci e floridi ulivi;

mai il loro frutto vien meno o finisce,

inverno o estate per tutto l’anno: ma sempre

il soffio di Zeffiro altri fa nascere e altri matura.

Pera su pera appassisce, mela su mela,

e presso il grappolo il grappolo, e il fico sul fico.

Là anche una vigna feconda era piantata, ed una parte di questa in aprico terreno

matura al sole; d’un altra vendemmiano i grappoli

e altri ne pigiano; ma accanto ecco grappoli verdi,

che gettano il fiore, altri appena maturano.

Più in là lungo l’estremo filare, aiuole ordinate

d’ogni ortaggio verdeggiano, tutto l’anno ridenti.

E due fonti vi sono: una per tutto il giardino

si spande; l’altra all’opposto corre fin sotto il cortile,

fino all’alto palazzo: qui viene per acqua la gente.

Questi mirabili doni dei numi erano in casa d’Alcinoo”.

(Odissea, VII, 81-132)

Questa ricchezza dei Feaci antichi fu basata, probabilmente, sulla dominazione della via dei due mari, come avvenne più tardi per le città greche di Sibari, Crotone, Locri. Queste città divennero le più floride della Magna Grecia grazie alla finzione di mediazione commerciale tra l’Etruria e la Grecia.Le navi provenienti dalla madre patria scaricavano i loro carichi al porto sul mare Ionio e da qui, attraverso i sentieri terrestri, li trasportavano sul mare Tirreno per essere di nuovo imbarcate. Si costeggiava il Corace, il Fallaco, e poi l’Amato fino al mare Tirreno.La provincia di Catanzaro e, specialmente, Tiriolo possono andare fiere per quest’elogio storico e poetico.Alla corte del re Alcinoo, Ulisse raccontò le diverse tappe del suo periglioso viaggio: Troia; Capo Malea; Piccole Sirti con il paese dei Lotofagi; i Ciclopi; Malta; l’isola di Eolo; lo scoglio di Marsala con il porto dei Lestrigòni; Monte Erice come l’erta Rocca di Ramo; Ustica come l’isola di Circe; Imera come le case di Ade e Persefone; lo stretto di Messina come Scilla e Cariddi, con lo scoglio delle Sirene; una delle isole Lipari come l’isola di Calipso e finalmente l’ultima importantissima stazione, la Calabria, cioè l’antica Magna Grecia come la terra dei Feaci, chiamata da Omero Scheria.Quando Ulisse finì di raccontare la sua storia tutti i Feaci restarono mutiin silenzio; poi il re Alcìinoo promise ad Ulisse un equipaggio per il ritorno ad Itaca.Un altro giorno una guida accompagnò, dalla città alla veloce nave, dopo aver seguito probabilmente il fiume Fallaco e il Corace fino alla riva del mare.Nelle vicinanze dell’attuale Roccelletta di Borgia, alla foce del Corace, possiamo supporre l’esistenza in antico di un sito idoneo come porto perché vicino sono state trovate, pochi anni fa, due teatri dell’antica città greca di Schylletion. Di là Ulisse potè ritornare, come Omero racconta, con vento dì Ovest direttamente alla sua patria Itaca, situata precisamente nella parte orientale dello stesso mar Jonio. Ulisse parti dai Feaci poco dopo il tramonto del sole, ed il suo ultimo sguardo, probabilmente, cadde sul Monte di Tiriolo.

UNA LETTURA ARCHEOLOGICA DELL’IPOTESI LETTERARIA NEL TESTO DI A. WOLF

Tutto questo è possibile oggi grazie all’immenso lavoro che, con metodo scientifico e badando anche a una certa quantità di nuovi dati archeologici oggi disponibili più che in passato, lo storico Armin Wolf si è dedicato a compiere affinandolo negli ultimi decenni fino all’ultima versione attualmente pubblicata. Ciò che si può aggiungere a una ricerca cosi complessa, anche da un punto di vista di semplice impostazione metodologica, sono una quantità di riflessioni e di nuovi dati archeologici che, clamorosamente confermano ancora di più questa immensa parafrasi storica di un racconto epico. Innanzitutto bisogna chiarire cosa sia epico e dunque mitico o leggendario di due racconti o di due testi cosi antichi come l’Iliade e l’Odissea di Omero. Conosciamo i nomi originali e i vari episodi dei racconti perché essi nascono entramb nell’VIII secolo a. C. alle soglie di quella che sarà ricordata come la prima grande colonizzazione greca verso Ovest, e dunque proprio verso le terre di cui siamo sicuri attraverso Wolf, verso cui Ulisse andò affrontando le mille peripezie del suo viaggio. Perché dico siamo sicuri, perché Wolf come qualunque altro storico o archeologo che debba ricostruire l’interpretazione di fatti avvenut migliaia di secoli fa, parte a ritroso nell’interpretazione del testo e con metodo deduttivo incomincia a sgranare tutte le prime possibilità di certezza derivanti da punti fermi topografici e geografici archeologicamente incontestabili, siti all’interno di quell’immenso grande lago che è il Mediterraneo. Di nulla infatti siamo certi a roposito dell’Iliade e dell’Odissea fuorchè della loro ambientazione geograficamente riconducibile a certe aree precise del Mediterraneo. Omero per secoli ritenuto autore indiscusso dei due racconti, dal 1700 a oggi ha subito un vero processo di autenticazione della sua stessa figura di scrittore. Risulta molto probabile che il “cieco di Chio” il “Sommo Omero” non sia mai esistito e che al suo posto in realtà dobbiamo pensare a una cerchia di autori vari, aedi e rapsodi itineranti, che nell’VIII secolo si stabilizzano e raccolgono il frutto di secoli di tradizione orale di antichi fatti, leggende, discendenze divine e semidivine di stirpi di uomini e intere casate o città famose e storiche, di alleanze e conflitti in due enormi resoconti, l’Iliade e l’Odissea. Gli stessi racconti sono infatti stati vivisezionati da una moltitudine di critici e storici per secoli in tutti i loro passi, in tutte le parole e le loro possibili intenzioni e interpretazioni e risultano eseguiti con impostazioni letterarie, stile ed età competamente diverse l’una dall’altra, come dire che hanno di sicuro quasi un secolo di differenza, settanta anni per la precisione e che sembrano inequivocabilmente opera di due mani diverse. Motivo per cui chi scrive, come molti altri studiosi o critici letterari, ritiene che effettivamente più autori diversi abbiano raccolto e messo insieme tutto il materiale, in quegli immensi contenitori di valori sociali comunitari che furono e sono l’Iliade e l’Odissea; valori come il senso di sacrificio estremo in nome della difesa della propria patria, o il ricercare una morte gloriosa sul campo di battaglia, il rispetto degli dei supremi e  i pericoli della tracotanza e della superbia nei loro confronti, tutti gli aspetti più peculiari, pratici e antropologici della cultura arcaica aristocratica materiale, fondata sull’idea del principe/guerriero ma anche proprietario terriero, numerosissimi dettagli importanti frutto dell’antica sapienza arcaica collettiva, e dunque motivo di istruzione per tutte le generazioni a venire da quella greca classica a quella romana. Una vera e propria antologia del modus vivendi e del sapere pratico, della antica etica e della solida antica morale dei padri, quelli che i romani della prima repubblica chiamavano i boni mores i cosiddetti valori o costumi delle origini. L’Odissea come l’Iliade assolve a questa stessa funzione presentandosi come un sussidiario di valori e conoscenze sempre valido e generazionale, ma a differenza dell’Iliade appare molto più concreta e pratica in questo senso. L’Iliade infatti è un contenitore di valori sociali oggettivi e comunitari e di tecniche o strategie di guerra tutto basato sulle vicende belliche del guerriero acheo per eccellenza, Achille, che rappresenta l’antropizzazione della gloria a cui l’uomo deve aspirare o come Agamennone la vivida superbia che l’uomo invece deve evitare, per non incappare nell’ira degli dei, cosi come i principi di bellezza e bontà ispirati da Paride ed Elena, il cui amore funesto sembra comunque puro e irrinunciabile agli occhi del lettore, o la forza primordiale incarnata da Aiace o ancora la passione mista all’ira incarnata da Menelao. L’Odissea invece parte dalla fine della famosa guerra di Troia e basa tutto il suo racconto su un viaggio per mare dal quale come in un diario di bordo si possono desumere tecniche di navigazione antiche e rotte marittime topograficamente geolocalizzabili, intrecciate alle vicende soggettive e personali di Ulisse, che affronta la sua grande avventura da vero marinaio miceneo del suo tempo. Questo perché ovviamente il racconto scritto nell’VIII sec. a.C. è ambientato, dallo scrittore, 4 secoli prima ovvero fra XII e XI sec.a.C. nel momento finale della civiltà micenea, fra bronzo recente e finale, all’alba dell’invasione dorica che scaccierà il dominio miceneo uniformando costumi e risorgendo dal medioevo ellenico come civiltà greca arcaica. Tutti gli archeologi sono oramai coscienti del fatto che la geolocalizzazione del resoconto letterario che compone l’Odissea sia possibile e che persino la figura di Odisseo debba essere interpretata come l’incarnazione per antonomasia di quel prototipo di marinaio e commerciante antico che per secoli tracciò le rotte che portarono ala successiva e definitiva colonizzazione achea arcaica. Senza farci troppi problemi ora sull’identificazione di Omero possiamo dire che lo scrittore deve avere raccolto, collezionato e usato i resoconti dei diari di bordo di queste imbarcazioni di natura fenicia soprattutto e poi micenea, minoica o siriana/egizia, per ambientare lungo rotte sicure, descritte e conosciute anche per sentito dire con descrizioni accurate dei luoghi e dei mari, addirittura dei venti che bisognava attendere per spostarsi con sicurezza da un capo all’altro del Mediterraneo, facendo leva su inequivocabili punti fermi, che accennavamo pocanzi, i quali rimangono certi e sicuri fino ai giorni nostri. Prendiamo o partiamo ad esempio con il caso di Scilla e Cariddi, la cui descrizione inequivocabile si accosta a due toponimi certi e ancora in uso ai giorni nostri, ma potevamo partire con l’analisi della stessa Troia recuperata in tutto il suo splendore e in tutta la sua stratigrafia archeologica dulla collina artificiale di Hissarlik in Turchia da Schlimann nell’XIX secolo, nella bassa valle dello Scamandro, seguendo proprio un ragionamento simile. Schlimann che infatti non era un archeologo ma un commerciante appassionato di archeologia ed erudito sui poemi omerici, spinto da questa grande passione di scoprire il passato di epoca eroica descritto da Omero nei racconti, decide di seguire proprio le descrizioni del primo punto fermo tra i molti presenti nei poemi, e trova dopo tante peripezie la cittadella di Troia alla quale farà seguire sempre con la stessa metodologia elemntare la scoperta di Argo, Tirinto e Micene. Schlimann aveva confermato la veridicità dell’ambientazione dei resoconti omerici, basati probabilemente su quattro secoli di esplorazioni e racconti dei marinai fenici o micenei, e aprendo dunque la strada a una serie di scoperte incredibili e colossali. Scilla e Cariddi hanno la stessa presenza storico-archeologica e validità interpretativa topografica e geografica dei siti citati finora, ma perché esse al di là delle fantasticherie sui due mostri marini, rappresentavano l’antropomorfizzazione di un importantissimo canale o Stretto appunto definito oggi Stretto di Messina, dove le correnti sono forti e i marinai sono costretti a passare con i venti più propizi e cabotando le coste in modo da evitare gli scogli a pelo d’acqua delle scogliere rocciose, parte finale della catena appenninica, che essi interpretavano come mostri marini capaci di inghiottire navi e marinai. Allo stesso possiamo interpretare le isole Eolie come la casa del Dio dei Venti Eolo proprio per le forti correnti marine che spingevano le navi di carico delle succitate popolazioni oppure ancora gli scogli delle sirene fra Capo Vaticano e Tropea, cosi identificati per la presenza nota di scogli a pelo d’acqua e infine l’incredibile descrizione della Terra dei Feaci definita ancora oggi dopo 3000 anni la Terra dei Due Mari, che logicamente non può non essere considerato l’Istmo lametico Scilletico di Catanzaro, proprio perché se dopo un giro nel cuore del Mediterraneo un marinaio dovesse ritornare presso l’isola di Itaca, che realmente esiste sulla costa ionica greca, ultimo tra i punti fissi e certi dei resoconti omerici, non potrebbe non attraversare la terra di Calabria, quella che Omero chiama Scheria, che significa “CONTINENTE”, nel punto più stretto, non solo della regione stessa ma anche di tutta l’ “Italìa”, per tornare a casa ovvero proprio a Itaca. E a confermare tutto ciò non sono solo le similitidini dele descrizioni e la logica marinaresca nel scegliere le rotte più sicure e conosciute, citando, ricordando ed evitando quanto di più pericoloso del mare si conoscesse, ma partendo dalle fonti bibliografiche innanzitutto esistono i Nostoi, che rappresentano il seguito non ufficiale del racconto dell’Odissea ma in generale di entrambi i poemi omerici, parlando e ricordando le imprese dei guerrieri micenei andati a Troia, come Ulisse, e ritornati poi a casa dopo la guerra. NOSTOI infatti sono i resoconti dei ritoni a casa degi eroi di guerra che approdano dopo mille peripezie anche loro in punti precisi del Mediterraneo, nei quali spesso si fermano e per ringraziare gli dei di avergli salvato la vita fondano una APOIKIA una COLONIA di natura greca arcaica. I Nostoi sono numerosissimi a parte tutto e altrettanto numerosi furono gli eroi greci e troiani che secondo le leggende dei vari “…ritorni a casa”, approdarono in Calabria, lungo le coste ioniche e in Sicilia, solo per fare alcuni nomi possiamo citare Epeo, il falegname e costruttore del cavallo di Troia, approdato a Metaponto /Sibari, l’amazzone Cleto presso Caulonia, Filottete fra Krimisa e Kroton, Enea e Oreste approdano presso Messina. Ora questa convinzione che eroi troiani e greci achei avessero colonizzato le terre d’Occidente dopo la guerra di Troia non serviva solo a dare prestigio alla nuova colonia nascente ma confermava la sicurezza che i colonizzatori avevano nello scegliere il luogo di fondazione derivata da secoli di scambi commerciali in loco con le popolazini indigene che già abitavano le terre in questione. Questa sicurezza intellettuale è la medesima che da un lato materialmente portò alla prima colonizzazione greca di VIII sec.dall’altro intellettualmente alla stesura antologica e romanzata di tutti quei racconti o resoconti di bordo scritti a proposito di terre lontane e popoli stranieri. Molte colonie greche fra cui SCOLACIUM detta in greco SKYLLETION, vantano come fondatore o ecista, un eroe della guerra di Troia e nel caso di Skylletion per esempio abbiamo come leggenda di fondazione il mito di Menesteo, eroe citato appunto nel racconto dell’Iliade, ma la cosa più incredibile presso Sckylletion è che esiste una doppia leggenda di fondazione che addirittura riguarda la presenza di Ulisse che scampato al naufragio e salvato dall’intervento di Nausica presso il regno e la Rocca dei Feaci, riparte verso Est dalla Scheria di omerica memoria, terra confinante con due mari e dotata di due porti, e fonderà sulla costa est appunto, prima di ripartire e con i resti delle sue navi distrutte, un primitivo vilaggio che poi diventerà Skylletion. Itaca dal canto suo era una delle isole più importanti della Grecia perché non era solo culturalmente la patria dell’eroe Ulisse ma era una delle più importanti porte verso e da Occidente, ottima per il commercio, un vero e proprio EMPORION sfruttato dai Corinzi fin da epoca arcaica. Pier Giovanni Guzzo, noto luminare italiano di archeologia, ritiene ad esempio che l’apertura postuma di APOIKIAI greche sulla costa ionica fu conseguenza diretta della conquista di Corcira e Itaca da parte di un gruppo di Corinzi che preparavano la fondazione di Siracusa, e indiussero popoli di stirpe greca ad essi alleati a occupare progressivamente, tutta la costa ionica facendo capo a Itaca e Corfù. L’impianto di stanziamenti stabili, di colonie di popolamento sulla costa ionica verso Occidente può aver rappresentato l’opportunità di procedere allo scambio di prodotti propri con l’acquisizione continua di altri che necessitavano ai ceti artigianali metropolitani, sempre meno dediti all’agricoltura e sempre più numerosi. La costa ionica in quel periodo come 3 o 4 secoli prima sotto il dominio commerciale dei cosiddetti Popoli del Mare, micenei, fenici, siriani etc., era occupata da popolazioni italiche, all’interno delle quali i greci erano in grado di distinguere, Japigi, Choni, Morgeti, Enotri, Siculi e Sicani ed Elimi, fra Calabria e Sicilia, le città fondate nell’VIII dunque erano chiaramente abitate Proteron, ossia Prima che arrivassero i greci, secondo Eforo e Strabone. Ma adirittura asserisce Guzzo le caratteristiche naturali cme le rotte già conosciute e praticate da secoli erano favorevoli al sostentamento di società arcaiche; all’interno si avevano ampie foreste ricche di legname, con alberature d’alto fusto, e corsi d’acqua dove varietà pedologiche fornivano e favrivano colture differenziate e irrigabili grazie alla presenza di quei corsi d’acqua; la vicinanza fra due coste e la presenza di due mari separati dal massiccio appeninico della Sila del Pollino e dell’Aspromonte favorivano da sempre a livello indigeno una pastorizia florida con una transumanza breve e selvatica, e infine miniere di metalli e vene di argento, rame, ferro, stagno, da cui gli idigeni ricavavano panoplie composite di splendide armi di lucente bronzo erano appunto prodotte e diffuse nel territorio dell’attuale Calabria a ricordate, poiche note dice Guzzo, già nel poema dell’Odissea, (1,184). Da qui possiamo passare a dare sostegno alla tesi di Armin Wolf da un punto di vista archeologico e attraverso lo studio di contesti archeologici indigeni tra la fine dell’epoca del Bronzo e la prima epoca del Ferro nei siti che si ritengono interessati dal racconto dell’Odissea, o che fanno da punti geografici fermi ancora oggi dopo quasi 3500 anni. Ecco perché come dicevamo possiamo trovare due scenari stratigrafici e dovuti alle due colonizzazioni che storicamente la Calabria, mesogaia dell’intero mediterraneo, ha attraversato con risultati incredibilmente tangibili e probanti. Se partiamo dall’interpretazione dei contesti intorno a Scilla per confermare, al di là delle descrizioni letterarie già di per se precise e incontrovertibili, o dello stesso toponimo ancora vivo attualmente, o se andiamo a controllare le ultime ricerche archeologiche sulle isole Eolie o presso gli altopiani del Vibonese nell’area ritenuta delle Sirene e ancora oggi chiamata Costa degli Dei o nell’area dell’Istmo fra Lametia Terme e Scolacium comprendendo le ricerche sui territori di Tiriolo e Simeri Crichi, ci accorgiamo che sono moltissime e ancora embrionali le testimonianze storico archeologiche e i ritrovamenti effettuati nei lavori degli ultimi 150 anni. Ci accorgiamo che abbiamo due ondate di colonizzazione una riferibile all’epoca della guerra di Troia, nel Bronzo Recente, ovvero in un epoca attorno al XII sec. a.C. una colonizzazione a scopi commerciali e niente affatto stanziale se non consideriamo la presenza di porti EMPORIA fissi di natura fenicio.micenea in ogni tappa delle rotte di cabotaggio, tecnica che una tappa dopo l’altra spinse i fenici e i micenei a commerciare fino in Irlanda o dopo le colonne d’Ercole fino in Costa d’Avorio, Spagna, Francia, Alta Italia, mantenendo il controllo di quel commercio con delle stazioni di servizio vere e proprie sparse in tutto il Mediterraneo. La seconda colonizzazione, avvenne dopo il Medioevo ellenico ovvero dopo 3 secoli dalla caduta della civiltà Micenea a opera di gent di stirpe dorica che battezzarono nell’IX-VIII secolo la civiltà che noi per comodità di comprensione conosciamo come greca. Ma è soprattutto della prima ondata ovvero del primo arrivo che possediamo ancora poche ma incredibili ed esaustive testimonianze. Il livello della ricerca è ancora embrionale infatti, come dicevamo pocanzi, ma in tutti questi luoghi sopra citati possiamo leggere nei ritrovamenti di insediamenti ma ancora di più necropoli tribali indigene, di stirpe Enotria fino a Tropea e poi Sicula/Sicana, la commistione di materiali e manufatti importati dal bacino del mediterraneo e di natura dunque cosiddetta Levantina e di produzioni tipiche del mondo indigeno locale apparentemente più sottosviluppato rispetto ai commercianti in arrivo, che lasciarono in loco non solo stupendi monili o gioielli provenienti da tutto il Mediterraneo e dai più famosi tra i cosiddetti Popoli del Mare, ma anche strumenti di progresso che cambiarono letteralmente il corso della storia nel mondo indigeno locale, come il tornio per modellare la ceramica alla greca e il telaio per tessere le vesti. Molti esempi di queste produzioni locali miste alle imprtazioni di lusso levantine sono rintracciabili nelle necropoli di stirpe sicula, come a Gerace, Locri, Poliporto di Soverato, Canale-Ianchina, fino a Pantalica ad esempio; e sono le medesime che tengono a battesimo quella che conosciamo presso l’istmo catanzarese come la cultura di Nicotera –S.Onofrio dagli studi di Peroni-Pacciarelli e Trucco diffusa a sud fino in Sicilia e dunque passando per la succitata Scilla e la cultura tribale indigena di Tiriolo-Simeri Crichi, di stirpe Enotria, che verso nord si espande fino a Sibari-Francavilla-Macchiabate, Metaponto confondendosi poi con quella apula Japigia. Ma la cosa davvero importante, a parte le sottili differenze tra culture indigene tribali, sono i corredi delle sepolture Enotrie o Sicule ricchissimi di manufatti appartenuti all’elité guerriera del gruppo tribale o al capotribù stesso della comunità, che iniziano a separarsi in classi sociali diverse e distinte dal semplice popolino, proprio per l’accumulo e il possesso di armi e beni di prestigio che possiamo osservare in grandi quantità al terzo piano del Museo di Reggio Calabria o in molti casi per fortuna ancora nei loro luoghi di provenienza come a Tropea nel Museo Diocesano, presso Locri nel Museo del Parco archeologico, presso Catanzaro nel Museo Provinciale cittadino o presso Krotone nel Museo cittadino anche in questo caso. Grandiosi corredi indigeni costituiti da quella quantità incredibile di armi in bronzo perfettamente conservate conseguenze di una metallurgia estemamente avanzata con produzioni di elevatissima qualità e fattura, a cui faceva seguito un ricco commercio con queste popolazioni di commercianti fenici e micenei, i quali a loro volta scambiavano queste manifatture artigianali di natura tribale con oggetti delicatissimi e di esemplare valore estetico, oggetti definibili di lusso, provenienti da ricchi paesi e civiltà del Mediterraneo dotate di gusto estetico per le avorazioni in oro dalla Siria, avorio dall’Africa, per minerali e pietre preziose dalla Asia e dalla Persia, per la ceramica smaltata detta Faiance Egizia, o per tipici monili apotropaici cretesi, fenici o egizi, diffusi come amuleti, prodotti in metallo prezioso come rame o bronzo o oro o  in ambra proveniente dalle regioni del Baltico e del Mar Nero, o infine le ceramiche di tipica produzione corinzia o micenea fabbricate alla ruota veloce, ovvero il tornio, che fu oggetto di importazione proprio ad opera di queste genti che sotituirono alla ceramica enotria o sicula protostorica e fabbricata ad impasto e con forni interrati a riduzione di ossigeno, senza conoscere bene le temperatire di cottura in decorazioni grezze ed elemntari cosiddete geometriche fino all’epoca del primo Ferro. Dunque corredi indigeni misti a oggetti di lusso levantini e orientali o comunque di provenienza mediterranea, che attestano la presenza di una fittissima rete di scambi internazionali fatta di rotte di cabotaggio sicure, che come diceva pocanzi Guzzo rislutano note ai racconti dell’Odissea di Omero. In conclusione itornando ad Odisseo e al suo viaggio, proprio questi oggetti e a produzione eterogenea di questi manufatti di lusso testimoniano archeologicamnte innanzitutto l’ambientazione sicura, nel bacino del Mediterraneo e attraverso le coste della Sicilia e della Calabria, dell’intero racconto e secondariamente la figura di Ulisse come rappresentante per antonomasia del suo stesso popolo. La presenza neii corredi enotri di oro siriano, ambra dal Baltico e perle di pasta di vetro, possiamo riferirla alle regioni della Turchia e del Mar Nero in cui si trova la città di Troia che era un punto di snodo sullo stretto dei Dardanelli il cui controllo strategico avrebbe arricchito e fatto gola a qualsiasi civilta marinara come appunto quella micenea che attacca e incendia davvero il sito confermando l’accaduto nel IX strato attraverso le tracce di incendio e distruzione coeve all’epoca di ambinetazione del racconto, gli scarabei egizi e i sigilli reali o gli ushabti o gli egyptziaca dotati di geroglifici con il marchio di Tutmosi II, recuperati nei suddetti corredi, testimoniano il passaggio coevo all’evento della guerra per il Regno d’Egitto, da cui Ulisse passa; la presenza di avorio conferma le sue tappe in Africa e nella terra dei Lotofagi, attuale Tunisia, e senza proseguire oltre la presenza di ceramica tornita e di natura corinzia, fenicia o micenea con decorazioni geometriche o zoomorfe conferma che il regista principale di queste tappe lungo queste rotte di cabotaggio non potesse essere altro che un marinaio miceneo, la figura di Ulisse appunto, che in un racconto mitologico, basato su fatti reali come la guerra di Troia e tratto da resoconti di viaggio reali, geolocalizzabili nelle loro tappe e topograficamente attendibili negli spostamenti, quello dell’Odissea appunto, tra l’epoca del Bronzo Finale e la prima epoca del Ferro, incarna la furbizia marinara di tutto il suo popolo, la civiltà micenea.

Tommaso Scerbo Archeologo, guida turistica e prof. di Storia dell Arte

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